Per Franco de Courten a Palermo

Nella sua ricerca ormai trentennale, condotta in intenso rapporto con i luoghi nei quali ha di volta in volta soggiornato e animata da interlocuzioni con apporti culturali d'Europa e d'altrove e con fondamentali esperienze dell'arte moderna, Franco de Courten ha costruito un articolato apporto espressivo. Quest'apporto è ora proposto a Palermo nelle sue articolazioni più significative e nelle tappe essenziali del suo itinerario. Un itinerario che è fatto al tempo stesso di viaggi, soggiorni - al lume d'una volontà di conoscenza intima - e di ricerca d'un proprio linguaggio, d'elaborazione della propria singolarità. La riva sud del Mediterraneo e il Medio Oriente non si ritrovano mai nell'arte sua come esterna curiosità o come gusto dell'esotismo, ma sono sempre ri-creati a partire dai filtri espressivi elaborati dall'arte moderna d'Occidente, tra esperienze fauve, cubiste, astratte.
Gli avvii di de Courten sono attorno alla metà degli anni settanta quando - in clima neo-avanguardista - i lasciti delle avanguardie storiche tra i primi momenti del Novecento e la fine degli anni Dieci, il lascito di Matisse in primo luogo, erano alquanto disattesi, e agli occhi di molti parevano fuori gioco. Ora, su quelle soluzioni, sulle strutture sintattiche essenziali nelle quali esse erano oggettivate, a me sembra che de Courten abbia lavorato con intelligenza, ripensandole, reinventandole sul filo delle proprie esigenze espressive.
Nella sua interlocuzione con le avanguardie storiche, luce e colore di Mediterraneo e d'Oriente intervenivano potentemente a qualificare gli esiti del suo lavoro. Da questo punto di vista, egli veniva insomma a ritrovarsi in una condizione, esistenziale e insieme culturale, di meditato proseguimento d'una lunga storia, da Delacroix a Matisse e a certi comprimari del fauvismo come Marquet. I temi, dunque, dell'esaltazione del valore del colore e della fusione organica tra colore e luce, comparivano dunque sin dagli esordi quali fondamenti basilari delle sue opere. Su tali fondamenti sono intervenuti i suggerimenti che gli provenivano dalla riflessione attorno a determinate esperienze cubiste (Braque più di Picasso) e astratte (partizioni geometriche che vorrei definire de-calvinizzate, o, se si vuole, estranee ad ogni purismo geometrico). Un'astrazione, insomma, come ausilio per la rimozione dall'opera pittorica d'ogni traccia d'una qualsiasi rappresentazione aneddoticamente descrittiva, mai come radicale presa di distanza dalle cose e dai luoghi del mondo. Che si tratti delle Fessure, o degli Studi d'artisti ch'egli ha immaginato con acume critico e poetica empatia, o dei Giardini, o degli esterni urbani, o dei paesaggi, è sempre palese l'avvio a partire d'una emozione innestata su cose e luoghi.
Dalla lezione del cubismo, de Courten trae il tema d'una forte aggregazione centripeta di forme essenziali. Un'aggregazione che quando si tratta di frammenti urbani o d'interni - si vedano gli Studi - gioca su una complessità di valenze visive in chiave, d'interno-esterno: una compenetrazione forte, talvolta solenne si vorrebbe dire, fra strutture diversamente direzionate e raccolte insieme in un'articolata compresenza.
La ricerca condotta da de Courten è guidata - converrà ripeterlo - da un'intelligenza critica che pur posta al servizio della sensibilità e delle emozioni dell'artista, appare sempre distintamente evidente in un suo ruolo perspicuo. In altri termini, l'intero arco della ricerca di de Courten si colloca legittimamente nel grande corso dell'arte contemporanea; di un'arte, dunque, entro la quale il dato della consapevolezza critica e culturale - reso ben visibile - costituisce uno degli elementi costitutivi dell'opera. E' ciò che nel linguaggio della critica d'arte contemporanea viene solitamente definito come l'aspetto "analitico" dell'opera d'arte.
Pur nella rifusione organica dei diversi elementi dai quali essa trae senso, l'opera d'arte contemporanea espone infatti allo sguardo quel processo della sua costituzione che nell'arte d'altre epoche storiche resta celato. Da quest'intelligenza critica, anche, derivano le assonanze che si possono rilevare tra le soluzioni apportate da de Courten e quelle di alcuni degli artisti che si sono posti, ognuno a suo modo, problemi analoghi ai suoi. Si tratta in primo luogo, del problema d'una pittura che parli del mondo e del rapporto tra l'artista e il mondo con l'eloquenza speciale d'un linguaggio esclusivamente affidato all'intensità espressiva della forma. Non a caso l'esperienza di Nicolas De Staél, ardentemente mediterranea nei suoi esiti più splendenti, appare aver costituito oggetto di un'attenzione particolare, che egli ha saputo volgere in una propria originale direzione. Nè trascurerei - ma in questo caso si tratta sostanzialmente di convergenze oggettive - certe modalità seguite da David Hockney nella reinvenzione di paesaggi reali. Come - ancora qui in convergenza oggettiva - certe modalità dell'organizzazione formale dei paesaggi carsici di Zoran Music.
Ora, se ci si chiede dove s'appunta l'originalità specifica di questo pittore di fronte sia ai suoi modelli storici sia alle convergenze con altre esperienze del corso artistico contemporaneo, credo che si debba indicare l'elaborazione della materia pittorica che da fasi segnate da una sorta di "puntinismo largo" si orienta verso opere nelle quali la struttura si condensa in larghe campiture intensamente aggregate, sino - in particolar modo con l'uso della sabbia - ad una densa materialità della forma.Per qualche aspetto questa densa materialità richiama alcune esperienze dell'arte informale, ma sempre a grande distanza dal tema di scacco esistenziale che segnò quell'esperienza.
Direi piuttosto che si tratta qui d'una immersione nella pulsazione oscura e immemoriale della materia planetaria, sino al punto - in alcuni vertiginosi tagli cupi nei paesaggi - da porsi tra gli esiti significativi di un lungo corso d'arte moderna che quella pulsazione ha saputo oggettivare, a partire dalla visione, organicamente materiata, della fisicità del mondo che fu inaugurata a metà dell'Ottocento da Gustave Courbet.
E vorrei infine, last birt not least, richiamare il lavoro di de Courten sulle Carte: qui l'intimità della ricerca. nel riporto sensibile dell'emozione, si fa necessariamente più diretta pur senza mai affidarsi alla pura esibizione dei palpiti emozionali. Preziose davvero, queste Carte, intime ma portatrici della stessa "parola" della pittura, proprio perchè ci si ritrova, oggettivata da uno sguardo intenso, la stessa pulsazione della materia del mondo. Un'esperienza, quella di Franco de Courten, alla quale - a partire da questa mostra - la critica d'arte italiana credo sia persuasivamente invitata a dare nuova, puntuale, attenzione.

 

Antonio Del Guercio